Atene

Quanto è vero che non ci si allontana mai dai propri problemi? I miei mi hanno seguito fino in Grecia e perseguitato nel sonno.
Non che mi aspettassi qualcosa di diverso in fondo.
Però un merito alla Grecia devo riconoscerlo. Atene è così strana, caotica, confusionaria e bella che riesce a distrarti per la maggior parte del tempo.
La bellezza dei siti archeologici non si discute. L’immensità dell’Acropoli, la calma dell’Agorà, la maestosità del tempio di Zeus Olimpo ti lasciano senza fiato.
Ma è la città che mi ha colpito di più. Che se ci penso sento l’amaro in bocca, ma allo stesso tempo ho voglia di sorridere. Tu la crisi la vedi, la senti. E’ nei barboni (e sono tanti) che dormono sui marciapiedi. E’ nei molti edifici del centro che sono totalmente abbandonati. Come in molte grandi città vedi la delinquenza, vedi lo spacciatore che ti si avvicina proponendoti porcherie o che nasconde roba al passaggio della polizia.
Però Atene per me ha una bellezza tutta sua, quasi mistica. E’ bella la Plaka, tutte quelle vie piene di negozi messi a caso: dischi in vinile, poi souvenir, poi scarpe firmate, ancora souvenir, poi borse di cuoio, poi prodotti culinari locali. Tutto insieme alla rinfusa. La gente cammina sempre con qualcosa da mangiare in mano: che sia pane, pita, gelato o un milkshake non importa. Tutti mangiano di continuo e camminando. E poi vecchietti con carrelli pieni di frutta secca e semini vari. Sei in piazza Monastiraki e senti una litania musulmana in lontanaza, mentre davanti a te un signore (un po’ invasato) urla e predica con una Bibbia in mano. Vuoi pranzare e puoi scegliere fra mille locali di cucina greca, ma subito dopo trovi un ristorante indiano e uno giapponese. Tutto è mischiato. Ci sono posti in cui ti fanno dolci giganti che sembrano usciti da un libro di fiabe e c’è Little Kook, un triangolo quasi magico di dolci e pastine da the, illuminato come una giostra e dove tutto è color pastello e la musica ti fa sentire dentro un carillon.
E poi c’è la gente, che a tratti ti sembra scontrosa, ma se compri qualcosa, se parli con qualcuno, se chiedi informazioni il tuo interlocutore ti saluterà dicendoti “Have a nice day!”, che è una cosa proprio semplice e bella da augurare a qualcuno.

Dovrò un attimo abituarmi al non essere una turista in vacanza; per adesso vi lascio dicendovi (per i giorni a venire): have a nice day!

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how to save a life

Vi è mai capitato di voler “aiutare” qualcuno, anzi di DOVER aiutare qualcuno, e non sapere proprio come fare?
Io sono brava con i bambini e con gli adolescenti; anche con i più difficili in qualche modo riesco a trovare un modo per entrare in connessione, per creare un rapporto di fiducia, dialogare.
In realtà penso di cavarmela in genere con le persone. Sono totalmente esageratamente empatica. Non devo sforzarmi troppo per capire come si sente l’altra persona, perché fa quello che fa, dice quello che dice.
E quando mi chiedono consiglio so essere imparziale.

Adesso invece è tutto diverso. Perché la situazione è molto diversa.
Se un ragazzino fa una cazzata così urli, lo minacci di parlare con i genitori e molte volte tanto basta per risolvere il problema.
Se proprio non è sufficiente, se il ragazzino fa parte di una famiglia ragionevole, si parla con un genitore e tanto basta.

Questa volta invece è diverso, perché l’opzione “parla con i genitori” al momento la escludo a prescindere. Come fai a far capire a un ragazzo prossimo ai 30 anni che sta sbagliando tutto?
Se le minacce non bastano e le urla nemmeno e le lacrime manco?
Se ha già avuto modo di capire che non ha la situazione sotto controllo, se sono già successe cose che avrebbero dovuto fermarlo dal fare cazzate?
Il punto è che conosco tutti i motivi che lo portano ad essere debole, in parte perché sono gli stessi motivi che mi fanno essere quella che sono. I nostri demoni sono gli stessi, diverso è il modo con cui cerchiamo di conviverci.
Il fatto è che ho provato pure la via della comprensione, della dolcezza e del “ci sono altri modi”. Ho provato tutto e non è cambiato proprio niente.
Ogni giorno mi sento una sorta di assistente sociale o qualcosa del genere.

Solo che io studio giurisprudenza, non psicologia, non infermieristica. Non ho le conoscenze né gli strumenti per risolvere questa cosa.

E forse non ho più nemmeno la forza di affrontare da sola questa cosa.

Come lo aiuti qualcuno che non vuole essere aiutato?

Gennaio, start again.

Il mio 2019 non è iniziato nel migliore dei modi, ho saltato tutta la parte dei brindisi, degli auguri, dei bilanci e dei buoni propositi.
Quindi cerco di recuperare adesso. In ritardo, come sempre.
Il 2018 non è stato un anno facile, ma in effetti quando mai la vita è easy? Il mio bilancio l’ho già fatto più volte in effetti: nero su bianco su un foglio di carta, saltando pasti con lo sguardo spento e piangendo la notte con la febbre alta (e in preda al delirio, immagino).
Il mio bilancio del tempo trascorso lo faccio continuamente e adesso non ho voglia di mettere tutto per iscritto, perché nel tempo trascorso sono preponderanti le cose negative.
Quindi se siamo tutti d’accordo passerei direttamente al brindisi, che mi ricorda che anche le cose belle esistono.

Brindo alle persone di cui ho deciso di circondarmi, alle persone cui ho deciso di affidare il mio cuore -che non è solo pieno di cose tristi e pesanti- pieno anche di bellezza e amore.
Brindo a quelle tre persone che mi salvano la vita ogni giorno, che mi rimproverano perché non mi decido a guidare, ma che quando chiedo “usciamo?” mi fanno uscire di casa senza fare nemmeno una domanda. Brindo a loro perché mi fanno ridere, perché resistono insieme a me “tengono botta” anche quando confido le cose più assurde. Brindo a O. che mi dice che sono bella, perché sa che mio padre non fa altro che ripetermi che sono grassa. Brindo a M. che è dolce e sa come ridimensionare le mie preoccupazioni. E brindo a D. che dice che sono un’idiota a non capire che ho tante qualità e brindo ai nostri segreti, che ci terranno uniti sempre.
E poi brindo a me stessa.
Perché in questo drama-movie americano che è diventata la mia vita non ho perso la capacità di essere gentile. Brindo a e che mi prendo cura delle persone che amo; che chiedo scusa a mia madre -anche se non dovrei- perché la vedo esausta; brindo a me che ho deciso di sorridere sempre a tutti, di dire “grazie” e “ti voglio bene”; brindo a me che ho capito che la sincerità è un valore, ma che non può diventare una scusa per dire cattiverie alle persone; brindo a me che ho capito quando stare zitta. Brindo a me che riesco ancora ad aiutare chi non vorrei nemmeno vedere, solo perché penso sia la cosa giusta. Brindo a me che non mi sono ancora chiusa in me stessa; che non mi vesto bene, che non mi trucco se non c’ho voglia, che riesco a fare l’amore col mio ragazzo nonostante i miei kg di troppo. Brindo a me che cerco di mettere da parte la testardaggine convincendomi che ci sono cose che posso fare per me stessa e non per fare contenti i miei.
Brindo a me che ho la capacità di voler bene eternamente ed è questo che mi impedisce di diventare pazza.

Brindo a tutte queste cose con la convinzione che “gennaio” è solo una parola inventata e che, nonostante sia iniziato male, il 2019 andrà bene. Che se voglio quest’anno lo “chiamo” unicorno e il mio capodanno lo fisso quando mi pare e fanculo i buoni propositi che a volte niente dipende da noi, ma, per quello che vale, io ce la metto tutta: per essere felice, per essere una persona migliore, per far andare tutto bene.